Un cluster tecnologico per la sanità

È ormai ampiamente diffusa in letteratura e nelle scelte dei policy maker la consapevolezza del ruolo che svolgono i network collaborativi di ricerca e sviluppo nel realizzare innovazioni di successo. Queste collaborazioni possono essere impostate secondo formule quali la joint-venture, la concessione di licenze, le associazioni di ricerca, i programmi di ricerca congiunti finanziati dallo Stato, dalle Regioni e dall’Unione Europea, i network per lo scambio delle conoscenze tecniche e scientifiche. La ricerca collaborativa assume un’importanza particolare nei settori high-tech, dove è raro che un singolo individuo o una sola organizzazione possa disporre di tutte le risorse e le capacità necessarie a sviluppare e realizzare una innovazione rilevante. A volte, la prossimità geografica sembra rivestire un ruolo decisivo ai fini della creazione di network collaborativi e della loro capacità innovativa. Cluster regionali noti nel mondo come quello dei semiconduttori e delle tecnologie dell’informazione nella Silicon Valley, il cluster multimediale di Manhattan, rappresentano storie esemplari.

Il Programma Operativo “Ricerca Sviluppo e Competitività 2007/2013” gestito dal MIUR così come il Programma Operativo Regionale della Campania supportano fortemente la nascita di un cluster tecnologico nel proprio Paese o regione al fine di aumentare l’occupazione, il gettito fiscale e altri benefici economici.

Per le imprese, invece, la comprensione dei vantaggi e dei fattori decisivi che azionano i meccanismi del cluster si rivela utile per lo sviluppo di una strategia che consenta di poter trarre i maggiori benefici dalla presenza nel cluster attraverso l’accesso a collaborazioni e facilities tecnologiche.

I cluster tecnologici trovano la loro principale definizione nel lavoro di Michael Porter (2000-2001): un cluster tecnologico è una rete di imprese connesse fra loro e di istituzioni associate operanti in determinati campi, concentrate territorialmente, dove competono e al tempo stesso cooperano, collegate da elementi di condivisione e di complementarità (per esempio, filiere di fornitori, clienti, produttori di beni complementari, centri di ricerca specializzati, Università, organismi di regolamentazione).  L’ambito territoriale di un cluster può andare da un’unica area urbana o regione fino a un intero Paese, a volte perfino attraversando i confini nazionali, come accade per il distretto biotecnologico dell’Oresund, fra Danimarca e Svezia.

Una delle ragioni principali della formazione di cluster regionali risiede nella prossimità geografica degli attori che lo compongono, una condizione che favorisce lo scambio di conoscenze. Sebbene i progressi delle tecnologie di comunicazione abbiano reso la trasmissione di informazioni a grande distanza più semplice, rapida ed economica, alcuni studi dimostrano che non sempre questi canali si dimostrano efficaci per il trasferimento della conoscenza. La prossimità fisica e l’interazione possono invece esercitare un’influenza decisiva sulla capacità e sulla volontà delle imprese di scambiare conoscenze. Le imprese che agiscono in condizioni di prossimità, dunque, godono di un vantaggio nella condivisione delle informazioni, determinando una maggiore produttività dei processi di innovazione.

Tale situazione, a sua volta, genera altri vantaggi di natura geografica, innescando una sequenza virtuosa. Un cluster con un’elevata produttività dell’innovazione, infatti, può stimolare la nascita di nuove imprese nell’area di gravitazione del cluster stesso e attirare nella medesima area altre imprese già esistenti.